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Una pandemia non di solo dolore

La produzione letteraria di Alessandro Manzoni svela la realtà della “provvida sventura”, del bene che sorge anche da un male oggettivo. Una chiave di lettura ripresa dallo stesso pontefice nella preghiera del 27 marzo scorso nella deserta piazza San Pietro.

La pandemia del Coronavirus, che preoccupa il mondo intero, ha suggerito salutari riflessioni, a partire da Papa Francesco che, durante il Momento straordinario di Preghiera in Piazza San Pietro del 27 marzo scorso, nel meditato e ispirato messaggio urbi et orbi, ha richiamato tutti a riflettere sul terribile contagio. Tra l’altro ha invitato l’umanità, “finora certa del proprio potere”, a “chiedere aiuto per la propria salvezza”.

L’espressione “provvida sventura” si legge nella nota tragedia Adelchi, scritta da Manzoni nel 1820-1822. Nell’atto IV si trova il famoso Coro che descrive gli ultimi momenti della vita di Ermengarda, figlia del re dei longobardi Desiderio. Andò sposa a Carlo Magno, che poi la ripudiò, gettandola in una sofferenza indicibile. Morì giovane in un monastero di monache nel 771, perdonando il suo sposo. Il coro rivolge alla morente questi nobili versi:

Leva all’Eterno un candido
pensier d’offerta e muori
fuor della vita è il termine
del lungo tuo martir.

Ermengarda proveniva dalla stirpe dei longobardi, popolo violento e oppressore che il Manzoni chiama “rea progenie”, ma finisce tra gli oppressi. Recita il coro:

Te collocò la provvida

 sventura in fra gli oppressi.

Il Manzoni considera la “sventura” di Ermengarda “provvida”, ossia permessa dalla divina Provvidenza, provvidenziale, perché le consente di riscattarsi e di porsi, non più tra i brutali oppressori della propria razza, ma tra la moltitudine degli oppressi che, attraverso il dolore, sono giunti alla vita eterna.

 Questa visione dello scrittore si registra poco dopo la sua conversione al cristianesimo. La storia umana, in questo periodo della sua vita, è da lui considerata come un “teatro del male”, per cui il dolore e la sofferenza diventano “provvidi”, perché, come per Ermengarda, riscattano ed elevano a Dio.

Anche ne Il cinque maggio il Manzoniesprime una visione simile, affermando, riguardo a Napoleone, che nella morte, mentre tutti lo abbandonano, Dio è con lui. Anche qui la morte è vista come una “provvida sventura” che redime e salva il celebre personaggio:

Ahi! Forse tra tanto strazio

 Cadde lo spirto anelo

 e disperò; ma valida

 venne una man da cielo

 e in più sublime aere

 pietosa il trasportò.

L’ode si chiude con questi versi:

Il Dio che atterra e suscita

che affanna e che consola  

sulla deserta coltrice

 accanto a lui passò.

In questa prima visione del Manzoni, sembrerebbe che solo con la morte si realizzi la Provvidenza divina. Ne I Promessi Sposi la concezione dello scrittore evolve a maturazione, perché attesta che la Provvidenza, non solo garantisce la vita ultraterrena, dopo la “sventura”, ma si cala nella vita delle persone, rendendola migliore. Nel romanzo prevale questa visione: il male è causa degli egoismi umani, ma Dio è presente e non abbandona le sue creature e la fede nella Provvidenza permette di dare un senso alla storia umana e alla vita di ciascuno.

Impersona questa visione il cappuccino padre Cristoforo, il quale dice a Renzo e a Lucia, ormai prossimi alle sospirate nozze dopo tante avversità: “Ringraziate il cielo che v’ha condotti a questo stato, non per mezzo dell’allegrezze turbolente e passeggere, ma co’ travagli e tra le miserie per disporvi a un’allegrezza raccolta e tranquilla” (cap. XXXVI, 520).

Sintomatiche sono anche le parole del cappuccino, rivolte a Renzo nel lazzaretto di Milano, davanti al giaciglio su cui è disteso don Rodrigo morente: “Può esser gastigo, può essere misericordia” (cap. XXXV, 390): “gastigo” per il comportamento riprovevole del morente che è invitato al pentimento e all’espiazione; “misericordia” per la bontà infinita di Dio che lo purifica attraverso la sofferenza e, con la sua grazia, lo rende degno della vita eterna.

È a tutti nota la conclusione del romanzo, che è “come il sugo di tutta la storia”: “i guai […] quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, li rende utili per una vita migliore” (cap. XXXVIII, 520). “I guai”, dunque, sono provvidi.

La pandemia è una sventura, perché genera dolore fisico nei contagiati e spesso morte, e genera sofferenza nei congiunti, che non possono assisterli e consolarli con il loro affetto e con la partecipazione orante ai loro funerali. Questa sofferenza è stata messa in risalto più volte dall’augusta parola di Papa Francesco, che si sente profondamente compartecipe della tremenda situazione.

La pandemia, però, può essere vista anche come provvida, non in sé stessa, perché è un male fisico gravissimo, ma per alcuni effetti benefici che ne possono derivare.

Anzitutto va messa in evidenza la commovente solidarietà verso i colpiti dal contagio, a partire da medici, infermieri e personale sanitario, che in gran numero hanno dato la propria vita per assisterli. Papa Francesco li ha definiti “gli eroi della porta accanto”.

Insieme a loro sono morti, nell’assistenza pastorale agli infermi, numerosissimi sacerdoti, imitando proprio il padre Cristoforo de I Promessi Sposi – personaggio germinalmente storico, dal cognome Picenardi, originario di Cremona – che morì assistendo gli appestati nel lazzaretto di Milano nel 1630, insieme con altri confratelli (cf. G. Santarelli, I Cappuccini nel romanzo manzoniano, Milano, Università Cattolica, 1971).

Inoltre la pandemia ha suggerito riflessioni benefiche, a partire dall’impotenza umana davanti un evento così disastroso. Il Papa, nel citato messaggio, tra l’altro ha detto: “La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità”.

È stato osservato che “la tempesta del coronavirus ha smascherato l’insostenibilità di un sistema economico che è causa di disuguaglianze profonde, a livello sia planetario sia locale. La spesa militare ha continuato a crescere mentre il servizio sanitario nazionale è stato sottoposto a continui tagli di bilancio”. Ed è stato notato che nel contempo essa può favorire la nascita di “una nuova fraternità universale di cui tanto parla il Papa” (Pino Di Luccio, Avvenire, 9 aprile 2020, p. 4).

Piace concludere questa riflessione con le parole di Papa Francesco, pronunciate nel messaggio del 27 marzo scorso: “È il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di impostare la rotta della vita verso di Te, o Signore, e verso gli altri”.

Il Papa scorge in questo tempo di prova un’occasione propizia di conversione per tutti, non solo religiosa, ma anche politica, sociale e umana. In tal senso, la pandemia – che si auspica sia totalmente estinta quanto prima – può diventare provvida. Resta sempre valido il principio secondo cui Dio sa trarre il bene anche dal male.

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