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Una comunità di fratelli adottivi

Oltre che negli aspetti istituzionali, la Chiesa di Cristo si manifesta a partire dai percorsi personali di ricerca. È così che una giovane rilegge la missione della Chiesa alla luce della sua esperienza di fede, dell’incontro con il mondo delle missioni e dopo aver a lungo riflettuto sul tema in vista del suo Baccalaureato teologico.
di Sofia Pellini

Quando ci accade qualcosa di speciale, di bello, di forte vogliamo subito condividerlo con qualcuno, sentiamo dentro di noi il bisogno di far sperimentare anche ad altri quella gioia, quell’emozione che abbiamo vissuto. Pensiamo alla nascita di un figlio: come non condividere la gioia, la commozione di un evento così straordinario? Come non annunciare a tutti che una nuova vita è nata?
Ogni giorno ognuno di noi vive di condivisioni: con gli altri condividiamo il tempo, gli spazi, le emozioni, le situazioni, le necessità; non viviamo mai per noi stessi ma sempre per gli altri e con gli altri – ed è proprio questo il segreto della felicità!
Se tenessimo per noi e soltanto per noi i piaceri, i dolori, le situazioni, le varie esperienze che viviamo, penso che non saremmo davvero felici; un noto cantante direbbe: «Siamo fatti per amare, nonostante noi».
Ma se incontrassimo Dio nella nostra vita? Se facessimo esperienza del suo amore, del suo perdono, della sua presenza, della sua vicinanza? Ancora una volta, saremmo davanti a due possibilità: trattenere questa esperienza tutta per noi e coltivare la fede chiusi nelle nostre case, oppure provare a condividere con gli altri la gioia di aver incontrato Cristo nella nostra vita. Sembrerebbe una scelta facile, ma non lo è affatto. Non lo è stato neppure per gli apostoli, che hanno vissuto per tre anni con Gesù e con Gesù umano, in carne ed ossa! Infatti dopo che Gesù risorto è salito in Cielo, gli apostoli non hanno avuto il coraggio di uscire dalle loro case a Gerusalemme! Loro che avevano mangiato col Figlio di Dio, lo avevano visto guarire malati, risuscitare i morti, parlare con una profondità tale da cambiare i cuori e le vite, che lo avevano visto persino risorto dalla morte, di nuovo vivo in carne ed ossa! Beh, proprio loro, una volta che il Signore salì in Cielo, non ebbero il coraggio di condividere con altri questa straordinaria esperienza di vita.
Eppure siamo qui, nel 2020, a parlare di Gesù. Perché? Come ha fatto questa “buona notizia” ad arrivare fino a noi, oggi? Perché gli apostoli hanno superato la loro paura e il loro egoismo, hanno vinto la tentazione di chiudersi in loro stessi e vivere una fede settaria. Come? Fidandosi e affidandosi a Dio: hanno aperto il cuore e si sono lasciati toccare dallo Spirito Santo. 50 giorni dopo la resurrezione di Gesù, infatti, lo Spirito Santo è sceso sugli apostoli e ha donato loro il coraggio di uscire dalle loro case e condividere la verità di Dio, fino agli estremi confini della terra: è la Pentecoste, è il momento in cui la Chiesa fa la sua prima comparsa pubblica, esce, si mostra, porta a tutti gli uomini Gesù Cristo. In una parola: diventa missionaria!


«La Chiesa non fu pensata e fatta da uomini, ma fu creata per mezzo dello Spirito, è e rimane creatura dello Spirito Santo», scriveva appunto Joseph Ratzinger ne La comunione nella Chiesa.
Fermiamoci un attimo sulla parola “Chiesa”. Cosa pensiamo quando sentiamo parlare di Chiesa? Generalmente per “Chiesa” si intende «l’insieme di sacerdoti e fedeli che credono (ancora) in Cristo Gesù». Ora, al di là della veridicità di questa affermazione, una cosa è certa: della Chiesa si tende a sottolineare una sola dimensione, quella visibile, storica, concreta – dimensione che, seppur vera, non è però l’unica.
In altre parole, quando pensiamo alla Chiesa ne consideriamo la sua realtà più immediata, cioè quella che percepiamo con i sensi (appunto, la Chiesa come la comunità dei fedeli), ma poi non andiamo oltre, facciamo fatica a cogliere il mistero che pure è tanto reale e vivo e che la sostiene e la nutre: Dio! Non mancava di ricordarlo lo stesso Benedetto XVI: «Se non si entra nell’ottica che la roccia su cui si fonda è Cristo stesso e che ad illuminarla è lo Spirito Santo, […] si finisce col non comprendere nulla della realtà profonda della Chiesa». Non un’associazione qualsiasi, ma una vera e propria famiglia creata, voluta, amata e sostenuta da Dio stesso!
Quante volte sentiamo dire: “Credo in Cristo, non nella Chiesa”. Eppure è lo stesso «Cristo che ha amato la Chiesa e ha dato sé stesso per lei» (Ef 5,25); è lo stesso Cristo che nell’inviare i discepoli in missione dice: «Chi respinge voi, respinge me» (Lc 10,16); è lo stesso Cristo che disse a colui che uccideva i cristiani: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4).
Potremmo allora chiederci: “Ma io, povera battezzata, quanto mi sento parte di questa famiglia che è la Chiesa?”.
La risposta a questa domanda è, ancora una volta, tutt’altro che semplice e scontata.
L’appartenenza a questa famiglia non è una questione di quantità, né è legata ai nostri meriti o al nostro impegno pastorale. Si tratta piuttosto di un grande regalo, di un grande dono, potremmo dire di una grande fortuna!
Quando siamo stati battezzati, Dio e i fratelli ci hanno accolti in questa grande famiglia, la Chiesa.
Pensiamoci un secondo: col Battesimo riceviamo il più grande regalo della nostra vita, perché «siamo liberati dal peccato, rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione», come leggiamo al n. 1213 del Catechismo della Chiesa Cattolica.
Quanti grandi doni riceviamo da questo sacramento! E tutto a costo zero! Infatti col Battesimo Dio ci rinnova, ci inserisce nella sua famiglia, ci chiama figli, ci dona la fede gratuitamente!
Ora, questo grande tesoro che abbiamo ricevuto col Battesimo e che poi, nel corso degli anni, facciamo crescere e maturare, come possiamo tenerlo soltanto per noi? Come non condividere la gioia di vivere come figli di Dio?
Lo ricordava Gesù agli apostoli, prima di inviarli in missione: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Ogni battezzato ha questa grande responsabilità: portare ai fratelli Gesù Cristo. Ogni giorno, la nostra vita dovrebbe parlare di Gesù, con semplicità e verità.
Dio non ha preferenze di etnie o religione, ma ci ama tutti in un modo unico e «vuole che tutti gli uomini siano salvati, e che vengano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4), e per questo suo grande progetto d’amore si serve di noi; sì, proprio di noi, povere creature. Nutriti e sostenuti da Lui stesso, infatti, noi possiamo annunciare a tutti la bellezza di Dio, possiamo essere suoi missionari! Basta solo volerlo e affidarci a Lui.
Ma cosa dire? E come? E se uno non ne è capace? Gesù stesso ci rassicura: «Non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi» (Mt 10,19-20).
La Chiesa (e quindi ogni battezzato) è missionaria per natura: non vive per sé stessa ma per gli altri, per portare il Vangelo a tutti gli uomini, fino agli estremi confini della terra, «perché Dio sia tutto in tutti» (1Cor 15,28).
Potremmo rappresentare il tutto con l’immagine del sole. Il sole è necessario per la vita, è fonte di luce, di calore, di gioia. Ecco: Gesù è il sole; noi siamo i suoi raggi, piccoli, poveri, peccatori, ma siamo fatti della sua stessa luce, ci nutriamo del suo stesso calore. Ora, il sole e i suoi raggi a poco servirebbero se non illuminassero la terra, se non aiutassero a vedere chi è nel buio e nell’oscurità. Questa è la missione dei raggi di sole, questa è la missione della Chiesa!
Il nostro caro papa Francesco ci esorta spesso a non lasciarci rubare la speranza, come quando il 3 maggio 2014, ai partecipanti all’Udienza dell’Azione Cattolica Italiana, disse: «Non fermatevi: andate! Andate per le strade delle vostre città e dei vostri Paesi, e annunciate che Dio è Padre e che Gesù Cristo ve lo ha fatto conoscere, e per questo la vostra vita è cambiata: si può vivere da fratelli, portando dentro una speranza che non delude».

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