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Testimonianza dalla missione


Fu tra i primi quattro frati cappuccini che inaugurarono la presenza del nostro Ordine in Benin nel 1987. Fra Vincenzo Febi, dopo 33 anni di lavoro pastorale, ci offre la sua testimonianza.
Intervista a fra Vincenzo Febi


Pace a te, Fra Vincenzo. Raccontaci com’è nata la tua vocazione sacerdotale religiosa.
La mia vocazione, senza mentire, è sbocciata per volontà di Dio. Ero un ragazzo di appena 13 anni e incontrando un frate, fra Marcellino da Fermo, questi mi parlò della vita dei frati e mi fece la proposta di andare nel collegio dei frati cappuccini, ma io dissi subito: “No, non è per me”. Avevo lasciato la scuola con le vacanze di natale 1960. E l’incontro con il frate è avvenuto nel mese di marzo del ’61. Questo frate non si dette per vinto; non so perché, ma era tanto convinto che io potessi essere stato scelto dal Signore per essere un frate minore cappuccino, che andò a parlare con il mio parroco, Don Abramo Levantesi. Fra Marcellino riuscì sicuramente a convincerlo perché una domenica, dopo la messa, il parroco mi chiama e mi dice chiaro-chiaro: “Devi andare!”. “Ma Reverendo, ho lasciato la scuola e non voglio riprenderla”, dissi io; e lui mi rispose: “In seminario ritroverai la voglia di studiare”. E sono partito! Era il 15 settembre 1961. Non ho mai rimpianto questi due incontri provvidenziali.

Perché la scelta di andare in Benin?
Devo dire che ascoltare i nostri confratelli missionari marchigiani che da tanti anni erano partiti per lo stato di Bahia in Brasile mi aveva sempre scaldato il cuore e mi infervoravo all’idea di essere anche io un missionario. L’occasione arrivò quando il Ministro generale del nostro Ordine chiese ai frati cappuccini delle Marche di andare in Benin per impiantare l’ordine in quella giovane Chiesa africana. Da notare che in quel piccolo Paese, antica colonia portoghese e poi francese, c’era una diffusa devozione a santi di origine francese, questo lo si può capire, ma avevano – e hanno – anche un’inspiegabile devozione al nostro confratello cappuccino p. Pio da Pietrelcina. Furono proprio il vescovo di Cotonou Christophe Adimou e il suo coadiutore Mons. de Souza a bussare alla porta della nostra Curia generale in via Piemonte, a Roma, per chiedere un’equipe di frati. In ogni caso, l’occasione per realizzare il mio sogno missionario divenne storia nel 1987. Ero già sacerdote da più di dieci anni e vice parroco alla parrocchia San Francesco di Ancona. Quando mi si prospettò questa occasione non me la lasciai scappare: il tempo di terminare il giro annuale delle benedizioni delle famiglie – Pasqua dell’87 – e andai in Francia per lo studio della lingua francese. Successivamente arrivò il momento della partenza e il giorno dell’apertura ufficiale della nostra presenza a Cotonou, capitale economica del Benin: erano le ore 21 del 4 ottobre 1987.
I momenti più difficili di questi 33 anni?
Faccio veramente molta fatica a pensare a momenti difficili in questi anni vissuti in Benin. Non dico che tutto sia stato facile, tutt’altro, ma fin dalla mia ordinazione sacerdotale ho sempre lavorato in parrocchia e la stessa cosa ho sempre fatto in Benin. Si potrebbe dire che, cambiando latitudine, ho avuto sempre quello che per me è un grande dono: stare in mezzo alla gente. Non è stato facile capirsi con la mentalità locale che non sempre si concilia bene con la mentalità del Vangelo. Inoltre ci sono state le normali incomprensioni con le persone e con i collaboratori pastorali, anche a causa della lingua.

I momenti, invece, più belli?
Faccio molta fatica anche a individuare dei momenti particolarmente belli, e senza retorica posso dire che tutti i momenti di questi 33 anni di missione sono stati belli. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, appena sbarcato nel paese con gli altri tre confratelli (fra Vittore Fiorini, fra Mario Capriotti, fra Giansante Lenti) mi sono trovato subito a mio agio. Da notare che dopo solo 40 giorni dal nostro arrivo sono stato il primo a prendere la malaria, ma poi non l’ho più presa fino ad oggi. Più bello di così?
Altri momenti bellissimi sono stati quando ho liberato alcuni bambini dai “conventi” dei “Feticci”, luoghi di formazione per gli adepti. Purtroppo alcuni bambini vengono avviati loro malgrado alla pratica di alcuni culti locali che potremmo genericamente definire “feticisti”. Questi bambini vivono lontani dalle loro famiglie, spesso in una condizione di segregazione e privi di formazione scolastica. Da notare che questi bambini vengono a volte rubati. Come si sa, tutte le religioni hanno momenti di festa e cerimonie e in queste occasioni rubano i bambini gettando loro una reta addosso e poi dicono che è il “Feticcio” a sceglierli. Molte famiglie, soprattutto cristiane, non vogliono e allora fanno ricorso al parroco per aiutarli a recuperare i loro figli. E qui comincia la lotta tra il prete e il feticista, quello che loro comunemente chiamano “lo stregone”. Tre volte son stato convocato in tribunale per questi casi e due volte minacciato, ma Dio è sempre con i suoi fedeli. Alla base di tutto ci sono situazioni di grande povertà e di emarginazione che spingono i genitori ad affidare i loro bambini a queste comunità molto discutibili.
Anche per queste situazioni mi sono sentito provocato a realizzare delle case d’accoglienza per bambini e bambine adolescenti, orfani o comunque in situazioni di disagio familiare. Iniziai in modo molto artigianale, affidando pochi bambini a una coppia di sposi cristiani. Successivamente la Provvidenza, tramite il grande cuore di molti benefattori, ci ha permesso di allargare la nostra accoglienza realizzando l’attuale Casa di Accoglienza “Rainbow” a Djeffa, altre piccole strutture per sostenere la scolarizzazione di tanti fanciulli/e, sulla soglia della povertà o poveri del tutto. Oggi abbiamo tre case di accoglienza per queste situazioni: una per le elementari, la seconda per i ragazzi e la terza per le ragazze. Non parliamo poi di tante ragazze dai 15 ai 22 anni salvate da matrimoni forzati con uomini molto più anziani di loro, tutto questo a causa della povertà. Per noi missionari questo impegno è per la Gloria di Dio e il Regno dei Cieli.
Penso poi alla gioia di aver fondato due parrocchie con numerosi giovani che hanno abbracciato la vita sacerdotale e religiosa, compresa la nostra vita francescano-cappuccina.


Hai mai avuto nostalgia dell’Italia o di qualcosa in particolare?

Nessun rimpianto particolare, ma il bel ricordo – con un pizzico di nostalgia – per i tanti amici conosciuti a Montegiorgio, a Pietrarubbia, ad Ancona. Proprio a causa dell’attività parrocchiale che ha assorbito tutto l’arco del mio ministero sacerdotale, ho avuto modo di conoscere molti giovani che nel tempo sono divenuti delle belle famiglie. Ecco perché noi missionari, quando ogni due anni rientriamo in Italia per un periodo di riposo, molto ci prodighiamo in visite e incontri nei luoghi dove abbiamo vissuto e operato. Non si tratta solo di ritrovare vecchie amicizie, ma anche di far appassionare al mondo delle Missioni tanti fratelli con cui si sono condivisi anni di vita e di esperienze. E questa amicizia si trasforma in solidarietà. Tanti amici ci seguono e ci aiutano nelle opere caritative.
Qual è l’aspetto più bello della fede cristiana in Benin?
L’aspetto più bello della fede in Benin è la fedeltà nel vivere la Parola del Vangelo con tutti gli insegnamenti della Chiesa. Ci sono uomini e donne che preferiscono lasciare la famiglia piuttosto che rinnegare la fede, e ci sono casi contrari: persone che sono cacciate dalla famiglia stessa. Se hanno un lavoro vivono. Altri sono aiutati dalla Caritas, secondo i bisogni di ciascuno, per trovare un lavoro e un pezzo di pane. Bisogna fare molta attenzione perché non tutti dicono la verità. Tante buone famiglie aiutano la Caritas con doni e per trovare loro un lavoro. Questo ci fa piacere, perché esprimono la loro fede e partecipano ai bisogni dei poveri. I cristiani sono pochi in rapporto alla popolazione, ma sono stimati da tutti per la testimonianza che danno. Nelle parrocchie ci sono molti gruppi di preghiera, molte corali, molti gruppi di giovani e di ragazzi. Personalmente, anche se non ho studiato molto, sono fiero del lavoro che riesco a fare per questa Chiesa, insieme ai miei confratelli. I vescovi ci apprezzano e nelle loro Diocesi attendono il nostro arrivo; il punto è che in tutto il Paese le diocesi sono 10 e per il momento noi siamo presenti soltanto in quattro di queste. Si sente veramente forte l’appello di Gesù: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi” (Lc 10,2).

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