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Qualcosa di grande in ballo.

Cosa spinge una giovane social media manager ad avvicinarsi alle danze ottocentesche e a diventarne insegnante? Anche una tale passione, come ogni esperienza umana, può essere vissuta come un luogo di comunione.
di Elisabetta Riboldi


La prima cosa che si insegna, durante la prima lezione dell’anno del mio corso di danze ottocentesche con Società di Danza, è stare in cerchio. Sembra banale, ma imparare a stare insieme in un cerchio, tutti alla stessa altezza, tutti alla stessa distanza, nessuno davanti e nessuno dietro, non è una cosa da poco. Nella vita di tutti i giorni siamo abituati a superarci, a stare negli angoli, ai lati, su linee parallele; ma non siamo abituati a stare in cerchio, sentirci tutti uguali e guardarci negli occhi.
La seconda cosa che si insegna, è che ogni corpo è diverso, e se anche i passi e la tecnica sono uguali, ognuno ha il suo modo di farli. E questo è un bene, perché l’originalità di ognuno si riconosce solo sullo sfondo di una regola comune. Se non c’è una regola, tutti sono nessuno.


Poi, dopo il riscaldamento, gli allievi si dispongono in coppie, perché le nostre sono danze ottocentesche. Danziamo dunque in coppia, e ogni coppia insieme alle altre è disposta in cerchio. E ora la danza. Solo un insieme di passi e figure da realizzare? No, o si danzerebbe da soli.
Danzare in coppia significa prima di tutto ascoltarsi. Io non posso realizzare a tempo un passo se il mio partner è in ritardo: lo devo aspettare. Significa stare attenti agli errori dell’altro, per non farsi male, ma allo stesso tempo significa cercare di farne il meno possibile, perché se io sbaglio, il mio partner sbaglia. E allora do il massimo nella danza, perché se io danzo bene, anche tu danzi bene, ed è tutto più bello.
Danzare è un po’ come parlare, con un linguaggio fatto di passi e figure; un dialogo che mette in relazione due ruoli ben precisi: dama e cavaliere, che hanno passi e figure da realizzare in modo diverso affinché la danza funzioni. Attenzione: questo non vuol dire che un ruolo prevarichi l’altro, che sia più importante; al contrario: sono posizioni paritarie, ugualmente indispensabili per la danza. In ogni passo che eseguono si muovono in modo complementare.
E poi c’è questa libertà infinita del guidare ed essere guidati. Molti la vedono come una costrizione, e in un mondo in cui siamo abituati a sentirci dire che “nessuno può dirti cosa devi fare”, sembra stridente. Eppure, se ci pensiamo, “guidare” significa una cosa diversa. Nella sua etimologia, che sia quella germanica o quella latina, ha in sé l’idea di imprimere una direzione ad un movimento. Guidare, per un cavaliere, non significa trascinare la dama da una parte all’altra della sala, ma fare una proposta per continuare a danzare insieme. E dall’altra parte, farsi guidare non vuol dire abbandonarsi senza più volontà, ma significa accettare la direzione proposta dal cavaliere, e rispondere facendo un’altra proposta in quella direzione comune. Nelle danze ottocentesche, poi, capita anche che sia la dama a guidare qualche figura, ogni tanto… pensate un po’.


Per poter guidare una dama, però, c’è bisogno della posizione corretta: il braccio deve cingere la vita della dama all’altezza della colonna vertebrale; non troppo in alto o troppo in basso, o il baricentro non sarà in equilibrio per girare. Non troppo vicini, però, nemmeno le coppie che lo sono nella vita, e non per una qualche remora pudica. Nell’Ottocento, il ballo era una delle occasioni sociali per eccellenza, e per i giovani danzare insieme era spesso l’unico modo per iniziare a conoscersi. Oggi come allora, la danza ci ricorda che l’altro, nella coppia, non è una nostra proprietà perché ci ha concesso quel ballo, ma è appunto “altro”. Un “altro” che non conosciamo mai a fondo, e proprio per questo dobbiamo accostarci a lui con il rispetto dovuto.
E in ultimo, la danza è bellezza, armonia, ritmo, dialogo. Senza questi elementi, la danza si riduce ad una sequenza senza vita di passi. La danza di coppia è pensiero e progettualità: se non hai un progetto costruito con passi e figure insieme al tuo partner, la musica ti serve a poco e il risultato è un movimento sgraziato e scoordinato nello spazio.
Oggi questa dimensione della danza un po’ si è persa. In una società dove la disciplina, il rigore e il rispetto sembrano nel migliore dei casi concetti vetusti, quando non addirittura infamanti, la danza ha perso la sua spinta ideale, per diventare il modo con cui passare il sabato sera senza pensare.
Eppure… quanto è più bello danzare anche con un pensiero? •

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