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La pace deriva dalla scelta di custodire gli stessi atteggiamenti di sopportazione che furono di Gesù, Dio fatto uomo, e di farlo per amore di lui. Ne deriva uno stato della coscienza che modifica la percezione di sé e del mondo circostante.
di fra Pietro Maranesi

Beati i pacifici, poiché saranno chiamati figli di Dio (Mt 5,9). Sono veri pacifici coloro che in tutte le cose che sopportano in questo mondo, per l’amore del Signore nostro Gesù Cristo, conservano la pace nell’anima e nel corpo.

san Francesco d’assisi – ammonizione XV


Anche in questo testo continua il metodo di Francesco, già visto operante nelle precedenti Ammonizioni, dell’ermeneutica di sé “per via di contrasto”: è veramente pacifico non semplicemente colui che conserva la pace nel corpo e nell’anima, ma colui che la conserva “nelle avversità” della vita, quando è chiamato a “sopportare” gli eventi contrari. Tuttavia, ciò non è ancora del tutto sufficiente per spiegare chi sia il vero “pacifico”, perché Francesco aggiunge, in forma apparentemente di inciso sebbene costituisca il centro del testo, qualcosa d’altro: è veramente pacifico colui che sopporta tutte le contrarietà «per amore del Signore nostro Gesù Cristo» (v. 2). A mio avviso, questa precisazione stabilisce due aspetti fondamentali della proposta del Santo.


Innanzitutto, le contrarietà di cui parla Francesco, quelle “buone” che provano e verificano la verità del frate, nascono “per amore di Gesù”, cioè esse non sono casuali né frutto della sconfitta subita nella battaglia per il potere e per il dominio, ma la conseguenza di una scelta di vita che i frati hanno fatto. La sequela di Lui da parte dei frati, che hanno assunto una esistenza consegnata a Dio mediante uno stile da “frati minori”, che cioè hanno rinunciato alla logica del potere e del dominio per rendere vero e credibile il vangelo, condurrà immancabilmente a “persecuzioni” in questa vita. Coloro che hanno scelto Gesù come modello e, con lui, vogliono essere poveri in spirito, nel pianto, miti, affamati e assetati di giustizia, vogliono essere uomini che scelgono la misericordia, che desiderano di avere un cuore puro, che si fanno operatori di pace e che accettano anche di essere perseguitati per la giustizia (cf. Mt 5,3-10), costoro non possono non sperimentare le avversità. È sicuro, infatti, che lo stile di vita assunto per amor di Gesù e fidandosi di Lui, li condurrà ad essere insultati, perseguitati e a subire ogni sorta di male (cf. Mt 5,11). L’amore del Signore Gesù, assunto quale riferimento nelle scelte dei frati nel loro vivere dentro al mondo, oltre a renderli sale e luce della terra (cf. Mt 5,13-14), li obbligherà a subire e sopportare le immancabili contrarietà che sorgeranno da questa sequela.


A questo primo livello del ruolo dell’amore di Gesù nel comprendere la chiamata alla vita pacifica, si aggiunge il secondo. Le avversità a cui saranno chiamati i frati, oltre ad offrire loro l’opportunità di verificare quanto sia vera in essi la presenza reale dello stile del Signore che hanno detto di aver abbracciato, li obbligheranno ad attaccarsi più fortemente a Lui se vorranno “sopportare” tutto da pacifici, senza cioè essere “scandalizzati” dagli eventi ed essere allontanati dalla loro scelta evangelica. Solo «per amore di Gesù Cristo» essi potranno restare in quello stile, assumendo «nella pace» quelle conseguenze difficili che essi, già fin dall’inizio, sapevano che sarebbero arrivate. Quegli eventi, dunque, non solo misurano quanto quell’amore del Signore sia autentico e sincero, ma anche lo radicano nel profondo e lo rendono riferimento stabile della battaglia per la pace del cuore. Solo lo sguardo puntato sul Volto di Colui che è stato povero, mite, misericordioso, amante della giustizia, che è restato fermo nella sua scelta di vita fino alla croce, potrà permettere al frate minore di “sopportare” la sua croce, cioè di prenderla sulle sue spalle ogni giorno e portarla dietro il suo modello.


Solo così, radicato nell’amore del Signore, potrà allora «conservare la pace nell’anima e nel corpo». Essa non sarà dunque l’atteggiamento dello stoico o del superuomo che resta superiore alle sofferenze che sta patendo. La pace di cui parla Francesco è la capacità di restare “consegnati” a quello stile, lasciandosi legare da una appartenenza a Colui che si è lasciato consegnare. Il suo corpo e la sua anima sono restati fermi nella pace non perché furono imperturbabili, insensibili e superiori al dolore, ma perché consegnati fino alla fine nella propria vulnerabilità, spingendosi a lasciarsi inchiodare quale forma sicura di obbedienza. «Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e gemiti… E pur essendo Figlio imparò l’obbedienza da ciò che patì» (Eb 5,7-8). La pace del corpo e dell’anima è la conseguenza di un “restare” consegnati, senza lasciarsi scandalizzare e dunque senza irritarsi e ribellarsi per i patimenti che nascono dalle avversità di quella scelta. La pace del cuore scaturisce dal sapere a chi si appartiene, per diventare e restare, così, uomini di pace e di misericordia, di giustizia e di mitezza. La pace è la libertà e la tenacia di restare dietro quel modello, sicuri che egli è l’unica possibilità per vincere ogni guerra e ogni violenza, perché esse vengono sconfitte innanzitutto in noi stessi, quando il nostro corpo e la nostra anima si legano a colui che ha dato sé stesso per liberare il mondo dalla morte, la grande e radicale avversità che ci toglie la pace. «Egli, infatti, reso perfetto da ciò che patì, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5,9).


Un’ultima considerazione sul testo riguarda la parte conclusiva: sono beati i pacifici che «per amore del Signore conservano la pace nell’anima e nel corpo». In qualche modo secondo Francesco, Cristo permette di realizzare un umanesimo cristiano perché, per suo amore, si riescono a vivere le avversità nella pace del corpo e dell’anima. In Cristo è beato “tutto” l’uomo, anima e corpo. L’espressione ricorre, come si è già notato, anche nella memoria finale consegnata da Francesco al suo Testamento, quando ricorda gli effetti procurati in lui dall’esperienza di dono fatta con i lebbrosi: «E allontanandomi da loro, ciò che mi sembra amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo» (Test 3). Anche in quel caso, la dolcezza e la pace, frutti finali di questo itinerario umano fatto dentro la povertà e la contraddizione dell’esistenza umana, riguardano tutto l’uomo, toccando le parti costitutive della sua persona e rendendo nuova e rinnovata la sua esperienza di vita. In ambedue i casi, sia nell’accoglienza delle tribolazioni della vita di cui parla l’Ammonizione, sia nella condivisione della sorte dei lebbrosi, il frutto finale non è il cambiamento del mondo circostante, come se quell’accettazione e condivisione di cui parla Francesco potesse risolvere i conflitti del mondo o cambiare la sorte dei lebbrosi, ma una nuova percezione di sé stesso e un nuovo modo di sentirsi nel mondo. La pace e la dolcezza nell’anima e nel corpo sono l’ultimo atto di una conversione verso la logica di vita evangelica, il cui processo durerà fino alla fine della vita, ma che, ogni volta riaccettato e vissuto, dona all’uomo un sapore-sapere diverso di sé stesso; ogni atto di conversione alla vita, ponendosi alla sequela di Colui che è la Pace e la Dolcezza, offrirà al cuore e alla mente dell’uomo il senso e il gusto della vita, che sarà percepita e vissuta nella pace e nella dolcezza. •

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