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La conoscenza dentro un’esperienza


Per capire la grandezza di un uomo straordinario è utile contemplarla con gli occhi di un uomo normale: questo fu lo sguardo di fra Pacifico, “re dei versi”, nei confronti di san Francesco. Fra Raniero Cantalamessa, nel suo ultimo lavoro editoriale, tenta di collocarsi in questa prospettiva.
di Vincenzo Varagona – Tg3 Marche


Di San Francesco ci sembra ormai di sapere tutto. Se ne parla da secoli e dove non arriva la parola arrivano immagini e musica. Se, tuttavia, vinciamo la pigrizia, scavando, leggendo, ci rendiamo conto di quanto la nostra effettiva conoscenza sia spesso superficiale, legata ad alcuni stereotipi che l’agiografia ci ha tramandato.
L’esigenza di una comunicazione semplice, in passato ma anche nel presente, spesso rischia di banalizzare esperienze e storie molto profonde. Ecco, allora, che ci arriva un grande dono, da uno dei più grandi comunicatori che la famiglia francescana e la Chiesa abbiano e abbiano avuto: padre Raniero Cantalamessa. Ci arriva, con un libro, il suo racconto di Francesco.


Un dono grande, perché la caratteristica del ‘cardinale con il saio’ è proprio quella, confermata dalla scelta, compiuta all’inizio del suo mandato, di mantenere la semplicità anche affrontando la complessità.
In questo caso la complessità – mi scuso per il gioco di parole – è proprio quella di rendere leggibile una vita semplice, nella nettezza della scelta esistenziale, ma profonda, e quindi difficile, nella sua agibilità concreta e quotidiana.
Sono 150 pagine dedicate a chi ama san Francesco e la sua storia, prendendola come sorgente di energia per nutrire la propria vita. A partire dalle vicende e dallo sguardo di fra Pacifico, tanti sono i temi che egli affronta in una sorta di meditazione dialogata con i giovani del nostro tempo, per estrarre tesori antichi e nuovi da consegnare alle odierne generazioni: l’incontro che cambia la vita, la vocazione alla santità, la musica e l’amore, la gioia, la custodia del creato, l’amicizia e la purezza, e, infine, qualche prospettiva di rinnovamento per la vita francescana di oggi.


Francesco in tutta la sua vita parla con il cuore: alla gente, agli animali, alla natura. Il cuore non ha bisogno di frequenze particolari, il suo linguaggio arriva ovunque, in profondità. Così, dalla prefazione dell’altro Francesco dei giorni nostri prendo la citazione del profeta Geremia: “Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; mi lascerò trovare da voi” (29,13-14). “Dio, ribadisce il papa, si fa trovare, sì, ma solo dall’uomo che lo cerca con tutto il cuore”.
La prefazione di fra Sergio Lorenzini, Ministro provinciale dei Frati minori cappuccini delle Marche, colloca le pagine nella Marca Anconitana e racconta dell’incontro tra fra Pacifico “re dei versi” e Francesco, nel monastero di Colpersito, a San Severino Marche, nel 1212. Il santo di Assisi aveva cambiato vita da cinque anni; fra Pacifico la cambierà dopo quell’incontro, dal quale esce folgorato.
Ecco: padre Raniero parte dallo sguardo di
fra Pacifico di fronte a Francesco per affrontare una serie di argomenti che diventano elementi di meditazione dialogata per i giovani di oggi, sul senso della vita, sulla santità, sulla gioia, traendone spunti per il rinnovamento della vita francescana.Per farlo utilizza un metodo gradito ai giovani che, spiega, “non amano troppo le prediche, ma rimangono affascinati dalle storie, attraverso le quali poi arrivano anche i contenuti”.
Così, si parte: padre Raniero diventa fra Pacifico, raccontandone la storia come se fosse la sua, in prima persona, citando fatti, aneddoti, rigorosamente tratti da documenti storici e – separatamente, in corsivo – aggiunge i suoi commenti.
L’inizio: quanti sanno che Guglielmo Divini, il futuro fra Pacifico, nacque a Lisciano, vicino Ascoli Piceno? I frati lo conoscevano come il “Re dei versi”, perché si guadagnava da vivere scrivendo e declamando versi. Non per denaro, chiarisce, ma per gloria. Racconta, così, che la festa più attesa era la Quintana, ancora oggi una delle manifestazioni estive più gettonate a livello nazionale: la rievocazione della vittoria contro i Saraceni che avevano dominato il Piceno.
Toccante il momento in cui Pacifico a Colpersito ‘scopre’ Francesco. In un primo momento, vedendo tanta confusione, pensa che si tratti di un collega, un intrattenitore popolare. Poi però, lo vede, soprattutto lo sogna, con le spade incrociate, e per poco, a causa di questo sogno, non sviene.


Un incontro fatale, perché Francesco decide di ribattezzare Guglielmo, dandogli il nome di Pacifico, “perché, dice, ti sei convertito dall’inquietudine del mondo alla pace di Cristo”.
Padre Raniero non si limita a raccontare, in prima persona, questa avventura, ma si sofferma in alcune annotazioni. In una di queste paragona Pacifico a Santa Chiara. Pacifico segue Francesco mettendo i piedi sulle sue orme. Così Chiara: a Francesco, che le chiede cosa stia facendo, risponde: “Non metto i piedi sulle tue orme, ma su altre, molto più profonde!”.
A proposito di santi e santità, in uno dei commenti l’autore esce dalla storia e si concede, proprio perché parla ai giovani, un riferimento di strettissima attualità, citando Carlo Acutis, morto nel 2006 a 15 anni, genio del computer beatificato nell’ottobre scorso ad Assisi, destinato con ogni probabilità a diventare patrono degli informatici.
Tornando a Pacifico, il cambio di stile di vita è sì radicale, ma non gli impedisce di mantenere la sua passione per i versi. Francesco, infatti, gli dice: “Non seppellire il tuo talento, piuttosto mettilo a servizio del Gran Re”, e così lo nomina “Maestro di canto”.
Nel suo commento padre Raniero riprende il tema, ritenendolo di grande importanza e non una semplice curiosità, e dice: “La conversione non lo costringe a rinnegare il suo talento musicale, ma gli dà un altro orizzonte e anche contenuto”. Così l’autore, con molta delicatezza, affronta anche il tema del contenuto di questi versi: l’amore, il sesso, l’eros, la fedeltà, la gratuità, il matrimonio.

Crocifisso ligneo conservato nella Chiesa dei Cappuccini di San Severino Marche.


A poco più di metà volume Padre Raniero racconta, senza citare il proprio nome, la sua esperienza di predicatore davanti a Giovanni Paolo II. Afferma: “Francesco d’Assisi è il testimone più chiaro della rivoluzione che Cristo ha operato nella storia umana a proposito della gioia e tutti i giovani devono conoscerla, perché è una gioia che non viene da fuori, ma da dentro…”.
Infine viene il momento in cui Pacifico viene inviato da Francesco a cantare il Cantico di Frate Sole: “Fu così, racconta Pacifico, che ripresi il vecchio mestiere di trovatore. Non a favore di dame e cavalieri, ma per il Creatore dell’universo”.
Personalmente mi colpisce, infine, la storia della pecorella. Francesco si trova nelle campagne di Osimo, quando si imbatte in un gregge, e nota una pecorella in disparte, sola. Si intenerisce e vorrebbe prenderla con sé, ma non ha il denaro per comprarla. È, allora, un mercante di passaggio a offrirgli la cifra necessaria. Grande la meraviglia del Vescovo di Osimo, quando vede arrivare Francesco con pecorella al seguito! Poi Francesco, non sapendo come continuare a portarsela dietro, la affiderà alle monache claustrali di San Severino Marche.

Retro della pala d’altare della chiesa dei Cappuccini di San Severino Marche


Le ultime pagine del libro padre Raniero le dedica al futuro dell’Ordine: l’attualizzazione dell’esperienza di Francesco nel mondo di oggi. Pacifico, racconta l’autore, morì prima che nell’Ordine si manifestasse la polarizzazione fra chi cercava il rinnovamento e chi intendeva mantenere le caratteristiche degli inizi. Ecco, a questo punto è padre Raniero a riprendere direttamente le redini del ragionamento: “Il modo più sicuro di rinnovare l’esperienza di San Francesco non sta nel ripartire dalla storia dell’Ordine francescano, ma dal Vangelo, che costituì l’intuizione semplice e geniale del poverello. Era possibile, rimanendo il movimento come era allora, diventare l’albero gigantesco su cui si sarebbero posati gli uccelli del cielo? No, e Gesù era il primo a saperlo. E – conclude il cardinale – con Gesù è lo stesso Francesco a ribadirlo, quando, alla fine, pronunciò parole che probabilmente vanno ancora pienamente elaborate: «Io ho fatto la mia parte, quanto spetta a voi ve lo insegni Cristo, non io. Io vi ho dato soltanto l’esempio. La vostra parte non è già tutta scritta, la dovete scrivere voi…»”. •

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