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Il discernimento di Frodo Baggins

La vicenda umana e spirituale dell’autore de Il Signore degli anelli, J.R.R. Tolkien, si intreccia con quella del protagonista del suo capolavoro. Ne risulta un itinerario non solo avvincente, ma anche densamente simbolico rispetto alla questione del discernimento.
di Giuseppe Scattolini


“«Prenderò io l’Anello», disse, «ma non conosco la strada».”
Sono queste le parole di Frodo pronunciate al Consiglio di Elrond dopo il lungo dibattito in merito al destino dell’Anello del Potere, cui tutti i popoli della Terra di Mezzo erano legati. Un solo piccolo oggetto che teneva avvinte le vite di tutti. Christopher Tolkien, figlio terzogenito dell’autore de Il Signore degli Anelli John Ronald Reuel Tolkien, nella sua ultima uscita pubblica di due anni fa, un anno prima della morte avvenuta il 16 gennaio del 2020, disse che proprio queste di Frodo sono le parole fondamentali dell’intero romanzo del padre. Christopher, tra i suoi fratelli, è stato quello con cui J.R.R.T. ha condiviso maggiormente la passione letteraria e filologica: ecco perché nel suo testamento proprio lui venne nominato come suo esecutore letterario.
Tolkien padre visse un periodo storico piuttosto ampio e turbolento, essendo nato nella vecchia colonia sudafricana inglese dello Stato Libero dell’Orange il 3 gennaio 1892 a Bloemfontein, per poi morire nella sua amata Inghilterra, a Bournemouth, il 2 settembre 1973. Combatté nella Grande Guerra sul fronte francese, partecipò alla battaglia della Somme, ebbe quattro figli, di cui tre maschi, John, Michael e Christopher, e una femmina, Priscilla. I tre maschi furono tutti in diverso modo coinvolti nella Seconda Guerra Mondiale: John si trovava in seminario a Roma in quanto stava diventando sacerdote, Michael e Christopher invece erano militari. Anche Priscilla fu coinvolta dalla guerra, seppure indirettamente, dato che era piccola e ancora riceveva le Lettere da Babbo Natale, quelle lettere che ogni anno Tolkien, padre premuroso, scriveva ai suoi figli da parte di Father Christmas o Babbo Natale, in cui si raccontavano le vicende del Polo Nord, di Orso Bianco e dei suoi amici, alle prese con i regali dei bambini e le guerre coi goblin.


Il Signore degli Anelli ha origine da queste vicende biografiche, oltre che da quelle che Tolkien visse da ragazzo prima di andare soldato nella Grande Guerra. Non si possono non segnalare la fede cattolica e l’amore per le lingue, entrambi dovuti alla madre Mabel Suffield. Mabel, infatti, nacque anglicana, ma nel 1900 iniziò a frequentare l’Oratorio di San Filippo Neri di Birmingham fondato da San John Henry Newman, che la portò alla conversione. Fu una scelta eroica, in quanto all’epoca i cattolici inglesi avevano appena riconquistato i diritti civili, ma venivano ancora fortemente discriminati. Di conseguenza, ella perse qualsiasi sostegno economico da parte delle famiglie di origine. Morì di diabete nel 1904 e suo figlio Ronald la considerò da quel momento in poi una martire della fede.
Da lei aveva appreso anche la passione per le lingue, che coltivò prima alla King Edward’s School e poi ad Oxford, dove passò dagli studi classici del greco e del latino alle lingue germaniche e nordiche, come l’anglosassone e il norreno. Fu uno dei più grandi filologi comparatisti del XX secolo, occupandosi dello studio e della ricostruzione delle lingue antiche e da secoli non più parlate, ma che lui mai avrebbe chiamato morte. Per lui una lingua morta era una lingua senza storie da raccontare, come i linguaggi artificiali, tipo l’esperanto.
Questa sua passione lo portò fin da ragazzo ad essere lui stesso un inventore di lingue. Mentre si trovava in trincea nella Grande Guerra, nei ritagli e negli spazi che aveva, su fogli da buttare scriveva appunti di grammatica della sua “lingua delle fate”, che col tempo si sviluppò generando principalmente due linguaggi elfici: l’Alto Elfico o Quenya e il Grigio Elfico o Sindarin. Questo sviluppo, tuttavia, non ebbe uno scopo erudito, ma prese a dare vita a una storia, una grande storia: un grande e vastissimo legendarium, un corpus di leggende, miti e racconti da dedicare alla sua Inghilterra, che trovava tanto povera di storie e, dunque, di una cultura proprie.
Tutto questo ha dato origine a Frodo e alla sua storia, narrata ne Il Signore degli Anelli, che Tolkien scrisse in vari momenti tra il 1937 e il 1951 circa, per pubblicarla in tre volumi tra il 1954 e il 1955.

J. R. R. Tolkien 1972.


Frodo, diversamente dal cugino Bilbo, non ama le avventure. Amerà sempre la Contea, i suoi campi, i suoi fiumi, le sue osterie, la sua birra e la sua buona erba pipa del Decumano Sud. Vive la sua infanzia nella vicina terra di Buck, a est di Hobbiville, per poi trasferirsi sotto la Collina, a casa Baggins, una volta adottato da Bilbo.
Quella che Frodo riceve è una pesante eredità: un Anello malvagio, che Bilbo aveva trovato anni prima nelle caverne degli Orchi nel corso dei suoi viaggi. Solo allora, lo Stregone Gandalf capisce come quello sia proprio l’Unico Anello, che l’Oscuro Signore forgiò millenni prima per soggiogare tutti i popoli della Terra di Mezzo sotto il suo dominio. Frodo è così costretto a partire dalla sua amata Contea per salvarla ed evitarne la distruzione, senza tuttavia sapere dove il suo cammino lo porterà.
Come può accadere nella vita, Frodo è obbligato a intraprendere un sentiero che non vuole: egli eredita dal passato qualcosa che non desidera, ma con cui deve scendere a patti. Non ha scelto nessuna delle circostanze in cui si ritrova a vivere, a differenza di Bilbo, che ha deciso di partire per la sua avventura verso la Montagna Solitaria. Frodo se ne sarebbe ben rimasto nella Contea con i suoi amici, senza desiderare di vedere chissà quali luoghi lontani o incontrare chissà quali creature fatate o mostri. Quello che Frodo è costretto a fare è un’esperienza molto più comune che non quella di Bilbo, perché deve dire di sì senza avere una scelta. O meglio, ce l’ha, ma se si rifiutasse di partire le ombre calerebbero e tutto quel che ama sarebbe distrutto.
Ecco perché lungo il cammino egli è costretto a interrogarsi, in coscienza, sulla sua Missione e sul suo ruolo all’interno di essa. Frodo deve operare un discernimento, e il punto di svolta sono proprio le sue parole «Prenderò io l’Anello… ma non conosco la strada», perché lì aderisce al suo destino. Ma il destino in Tolkien non è anonimo, così come non è mero senso morale quello della coscienza.


Le sue opere sono ambientate in un mondo precristiano: Dio non ha cominciato a parlare agli uomini con la rivelazione di Gesù Cristo, ma ci parla fin dalla notte dei tempi tramite il mondo naturale e nell’intimità del cuore, che è la coscienza. Ecco perché “infine, con grande sforzo, parlò, meravigliandosi di udire le proprie parole, come se qualche altra volontà comandasse la sua piccola voce”: Frodo ha consentito a Dio di prendere il timone della propria vita. Egli lo avrebbe condotto fino al Monte Fato, dove avrebbe trovato la salvezza per sé e la Terra di Mezzo tramite i ripetuti atti di Pietà nei confronti della creatura Gollum, l’essere che rappresenta maggiormente in Tolkien il modo in cui il male può farci diventare: esseri brutti, spregevoli, doppi e vendicativi.
Attraverso la figura di Frodo, Tolkien ci mostra che cosa sia un vero discernimento: un percorso esperienziale vissuto alla luce della coscienza e del nostro rapporto con Dio.
Questo percorso molto lungo e difficile, che porta a vivere anche periodi di deserto, come quello che per Frodo è il cammino verso Mordor ma che per noi potrebbe essere la recente e ancor viva presenza del Covid-19, conduce infine alla salvezza, se sappiamo essere fedeli a Dio non gridando «Signore, Signore» (Mt 7,21), ma facendo la volontà del Padre che è nei Cieli attraverso atti quotidiani di Pietà, che danno una svolta alla nostra storia facendola entrare nella Storia della salvezza di Cristo. Questo è vero per tutti fin dall’inizio dei tempi: ecco perché Tolkien e le sue opere hanno anche un profondo significato pastorale e precorrono le aperture della Chiesa del Concilio Vaticano II, il cui significato ancora ci sfugge, ma che Tolkien ci indica proprio nella storia di questo piccolo Hobbit, che, come noi, è costretto a prendere l’Anello e il cammino, pur non conoscendo la strada. •

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