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I cappuccini e le missioni in tempo di pandemia


I diecimila frati cappuccini sparsi nei cinque continenti del mondo stanno rispondendo all’emergenza sanitaria in modo non troppo diverso da quello usato nei secoli passati dai loro confratelli.
di fra Mariosvaldo Florentino, segretario generale Missioni o.f.m. Capp.


Durante questo tempo di chiusura (lockdown) ho avuto molto più tempo per riflettere sul carattere della missione di noi frati cappuccini. Non è facile capire cosa stiamo vivendo noi cappuccini in questa pandemia, perché di fatto ci siamo ancora in mezzo e le situazioni nei 5 continenti ove siamo presenti sono ancora in evoluzione.
Una prima considerazione è che la storia dei cappuccini è legata a situazioni di pandemia (pestilenze, o emergenze simili): si pensi solo alla cura degli appestati di Camerino dei primi frati cappuccini del ‘500, oppure al servizio che i cappuccini lombardi svolsero nel 1600 durante la pestilenza di Milano.
Sono degli esempi molto belli perché testimoniano come questi frati fossero distaccati dalle cose del mondo e consapevoli che questa vita terrena è un passaggio, tanto da poter dire, come San Paolo, “per me il vivere è Cristo e morire un guadagno” (Fil 1,21). Riportiamo alla mente cosa racconta Manzoni del servizio dei cappuccini a Milano nella peste del 1630; pensiamo anche a quanto fece fra Francesco Maria da Camporosso a Genova nel 1800: la gente si convinse che proprio in concomitanza con la sua morte la peste finì.
Se allarghiamo lo sguardo fuori dall’Italia, ci accorgiamo che anche in Africa la Congregazione di Propaganda Fide cercava i frati cappuccini per andare a mettersi in quelle situazioni di servizio a rischio della vita.
In questo frangente dell’anno 2020 la pandemia del Covid-19 è ancora in corso. Le informazioni sono state abbondanti a tal punto che, in qualche modo, la paura è stata ancor di più stimolata. Abbiamo degli indizi di quale è stato il modo di porsi dei nostri cappuccini sparsi nel mondo. È vero che tutti i programmi e i viaggi missionari sono saltati, e questo ci ha colto di sorpresa. Ci siamo trovati impreparati di fronte a tante situazioni di difficoltà. I frati non potevano – e non possono tuttora – mettersi a servizio delle persone, in quanto rischierebbero di propagare i contagi: sarebbe un assurdo controsenso. In realtà i frati, come la generalità dei fedeli della Chiesa, hanno osservato i protocolli di sicurezza con un rigore sconosciuto in altre realtà. Mentre rimane sempre aperta la domanda di come rispondere a questa emergenza, i frati non sono rimasti a guardare e si stanno prodigando a raccogliere e distribuire cibo per persone veramente affamate.
La provvidenza non si è fatta attendere. Là dove si sapeva che i cappuccini facevano questo servizio di raccolta e distribuzione, tanta gente ha donato quello che poteva e lo ha affidato alle nostre comunità, nonostante il fatto che, non essendoci celebrazioni pubbliche, non c’erano raccolta di offerte e collette. I conventi sono luoghi in cui la gente sa che la beneficenza offerta andrà a buon fine, cioè a persone veramente bisognose. In tanti Paesi sono stati organizzati modi di distribuzione di alimenti, come in Indonesia, in India, in Bolivia, in Paraguay, in Amazzonia, sia in punti di distribuzione sia portandoli nelle case di famiglie indigenti.
La distribuzione del cibo, in realtà, è anche l’occasione di vivere brevi momenti di spiritualità: i frati si trattengono qualche istante per fare una preghiera con le persone che visitano. La fame si è diffusa, allora ecco la creazione di luoghi in cui si cucina per la gente di un quartiere o di un villaggio. I frati si sono sentiti interpellati a svolgere un ruolo di aiuto ai poveri anche in zone ove non avevano mai fatto servizi simili fino a prima del Covid.
Purtroppo in certe zone del mondo ci sono sempre uomini che si approfittano di questa emergenza per un guadagno personale, ma è bello vedere che esiste generalmente da parte dei governi o di altri organismi sociali una grande fiducia nei confronti dei nostri confratelli.
In questo contesto di pandemia, i frati cappuccini si sono molto attivati anche nell’uso dei moderni mezzi di comunicazione sociale, per le trasmissioni della messa oppure di piattaforme come “Zoom” o altre simili, per raduni virtuali e formazione. Abbiamo visto anche frati anziani che sono stati capaci di adattarsi e di impegnarsi per dare istruzioni spirituali, fare catechesi, trasmettere celebrazioni liturgiche, pur padroneggiando a mala pena il mezzo tecnico. Credo che questa attitudine all’uso dei social media sarà mantenuta anche quando la pandemia finirà.
La pandemia ha obbligato noi frati anche a riscoprire la dimensione della vita fraterna, valore fondamentale della vocazione francescana. Soprattutto nei luoghi di missio ad gentes, dove i frati sono molto coinvolti nell’apostolato e nella pastorale, durante il tempo di chiusura, i frati hanno avuto molto più tempo per vivere insieme, per pregare insieme, per giocare insieme, per rendersi dei servizi semplici come quello di barbiere. Ci sono stati, purtroppo, tanti frati ammalati di Covid e anche frati deceduti. In tali dolorose situazioni i frati si sono resi quel servizio di carità fraterna, di assistenza nel dolore e nella sofferenza che è profondamente al cuore della nostra vocazione fraterna.
Tutto sommato i frati non si sono scoraggiati; in certi luoghi, dove la quarantena lo ha permesso, i frati hanno continuato a svolgere la loro vita pastorale, ad organizzare momenti di formazione, processioni con il Santissimo Sacramento anche senza popolo, pur di portare la benedizione del Signore, dove la gente vive. Spesso hanno preparato momenti di preghiera per strada, per permettere alla gente di partecipare rimanendo in casa propria, oppure hanno organizzato celebrazioni liturgiche all’aperto nei parcheggi, cosicché le famiglie potessero seguire rimanendo dentro la propria vettura.
Anche in Italia abbiamo avuto tanti esempi; uno per tutti, i cappuccini cappellani dell’ospedale di Bergamo, dove erano addirittura i medici a chiedere che i frati si rendessero presenti per pregare, soprattutto vicino alle persone che stavano morendo nella solitudine.
Veramente posso dire che i nostri confratelli hanno cercato di andare incontro alla gente, di non farli sentire soli, mettendo in campo tutta la creatività della carità.
Forse in tutto questo i frati hanno corso qualche rischio, ma non si poteva rimanere inattivi e, nella prudenza, hanno donato la propria vita.
Dobbiamo tornare a parlare dei confratelli deceduti. Circa 40 confratelli hanno perso la vita in tutto l’Ordine, ma forse ce ne sono stati anche altri che ufficialmente non sono stati censiti e diagnosticati con il virus Covid. Pensiamo solo alla Provincia del Triveneto e ai suoi 8 frati deceduti, e tra questi un confratello quarantenne. Consegniamo anche questi frati al Signore.
Concludendo, credo che dobbiamo servirci di questo tempo di pandemia per crescere nella carità reciproca, nella solidarietà fraterna, nell’attenzione agli svantaggiati. Anche Papa Francesco ci ricorda che la pandemia deve trasformarsi in un’occasione per cambiare noi stessi.
Se da questa pandemia usciremo come eravamo prima, avremo sprecato una grande occasione. Lo dico anche per i nostri confratelli cappuccini che si sono comportati da uomini di Dio, ma che dovranno anch’essi uscire ancor più rafforzati e più radicati nella loro vocazione.
Che il Signore accompagni il nostro cammino e ci benedica sempre. •

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