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Alla scuola di Santa Chiara e di Santa Veronica

Col riconoscimento dell’eroicità delle sue virtù, un primo passo ufficiale è stato compiuto verso la beatificazione di suor Maria Francesca Ticchi, del Monastero delle Clarisse cappuccine di Mercatello sul Metauro.
delle Sorelle cappuccine di Mercatello


Alcuni santi lasciano memoria di sé in scritti e in opere, altri invece vivono nel nascondimento assoluto e risplendono solo agli occhi di Dio che amano totalmente senza risparmio vivendo per la sua gloria. Una di esse è suor Maria Francesca Ticchi, morta a soli 35 anni, dopo averne vissuti venti nel nostro monastero all’inesausta ricerca del volto di Dio, contemplato nell’orazione e servito nelle sorelle. Nell’anno dedicato a San Giuseppe “santo nell’ombra”, conoscere la vicenda umana di suor Maria Francesca, che ha raggiunto la “misura alta” della vita cristiana nel nascondimento e nell’intima tensione all’amore di Dio, permette al nostro cuore d’infiammarsi d’amore per Dio fino a dare nuovo orientamento e stimolo al quotidiano ritmo della vita.
La piccola Clementina, sin da quando aveva 6 anni, coltivava il desiderio di diventare monaca e domandava incessantemente al parroco: “E quando giungeranno i miei anni per poter entrare in Monastero?”. Entrò così, prima di compiere 16 anni, come postulante tra le Clarisse cappuccine di Mercatello, esattamente il 24 novembre 1902. Il tempo di prova fu lungo e travagliato: a quell’epoca le varie soppressioni dello Stato impedivano alle fanciulle la scelta di consacrarsi e non fu quindi semplice prepararla alla professione dei voti religiosi.


La giovane si manifestò sin dal principio una cristiana matura dimostrando, in ogni condizione, di vivere la sua fede con coerenza, senza scoraggiarsi nelle difficoltà e cambiare umore nelle avversità: cercava unicamente il volto del Signore e amava Dio con tutte le sue forze, senza la preoccupazione di farlo con l’abito secolare o con quello di Cappuccina, perché per lei era fondamentale soltanto compiere la Volontà di Dio. Clementina vestì l’abito delle Clarisse cappuccine e prese il nome di Maria Francesca dopo tre anni e mezzo, il 21 giugno 1906, precorrendo quasi i tempi lunghi di formazione che attualmente la Chiesa addita per un serio cammino di discernimento vocazionale. L’anno successivo, il 9 luglio 1907, festa di S. Veronica, emise la professione temporanea e, dopo tre anni, si unì definitivamente allo Sposo divino con la professione perpetua dei voti di povertà, castità e obbedienza, restandovi fedele fino alla morte, avvenuta il 20 giugno 1922.
Nei pochi scritti che suor M. Francesca ci ha lasciato, leggiamo semplici propositi di fedeltà alla vita abbracciata e un impegno sempre rinnovato per viverli nella quotidianità. Non racconta episodi straordinari o fatti eccezionali, ma descrive un amore semplice, generoso, nascosto agli occhi degli uomini, lontano da qualsiasi appagamento umano, facendolo così risplendere unicamente per il Suo Amato Gesù. Durante gli esercizi spirituali del 1918 troviamo una nota in cui emerge la sua vita interamente vissuta alla presenza del Signore, non solo nelle occasioni liete, ma in tutte: “Che conforto per me pensando che Gesù sempre mi vede, mi sente! Dunque, quando soffrirò, quando riceverò qualche piccolo torto o ingiuria, non importa che lo faccia sapere a nessuno, ma basta che lo sappia Gesù. E quando andrò a lodarlo in coro, che contento per me il potergli portare qualche bel sacrificio fatto per amor suo!”.
La comunità valorizzò la sua maturità spirituale scegliendola come formatrice delle giovani che entravano in monastero. Soprattutto le sue novizie testimonieranno e diffonderanno lo stile evangelico da lei ricevuto e faranno conoscere la santità della loro maestra. Fu una vita, la sua, avvolta nel mistero trinitario e tutta protesa a ricambiarlo e a insegnarlo, come leggiamo nei suoi propositi: “Mi umilio davanti a voi, mio Dio, vi confesso unico mio bene e mio tutto, unico mio Dio e Salvatore (…). Desidero amarvi con un amore infinito, perfettissimo, purissimo, continuo, verissimo, e perciò unisco questa brama all’amore vostro, a quello della mia Mamma Maria Santissima, di tutti i beati…”.


La nota caratteristica di suor M. Francesca era il suo temperamento sempre lieto. La radice di questo frutto va cercata nella sua profonda unione con Dio e nel desiderio di amarlo compiendo la Sua volontà. Questo sconvolge la nostra idea di felicità, sempre tesa all’appagamento immediato dei piaceri che soddisfino i nostri appetiti. Per lei la felicità consisteva nell’amare, perché riconosceva che “tutto quello che ha fatto Gesù, l’ha fatto perché ci ama e desidera il nostro amore. La carità è un contrassegno della nostra predestinazione”. Solo così comprendiamo come abbia potuto sopportare le sofferenze causatele dalla malattia che la accompagnò per tutti i 20 anni vissuti in monastero, senza mostrare afflizione o sottrarsi agli impegni della vita abbracciata.
Come descrivere la serenità, la dolcezza, l’affabilità, senza mai dare segni di impazienza in un corpo straziato dal dolore? Solo la fede poteva portare alla comprensione di questa vita paradossale in cui l’austerità era unita alla gioia, la mortificazione alla dolcezza e il dolore alla pazienza serena e affabile. Solo la potenza dello Spirito, che aveva pervaso l’esistenza di suor M. Francesca, poteva compiere il prodigio di una vita totalmente afferrata dalla Grazia. Solo l’opera divina era in grado di far comprendere il valore redentivo del dolore e associarlo a quello della Croce come purificazione, riparazione e conformazione a Gesù Cristo.


Come vera figlia di santa Chiara, suor M. Francesca visse nel nascondimento, ma il profumo intenso delle sue virtù si è propagato fino ai nostri giorni, come manifestazione della sua partecipazione al disegno divino di salvezza dell’umanità. L’uomo, oggetto dell’amore di Dio, è lo stesso che M. Francesca ha amato fino in fondo, facendosi a lui solidale nel dolore per ricondurlo al Padre.
Ogni vita autenticamente cristiana è contrassegnata dalla Croce e suor M. Francesca l’ha abbracciata con tutto l’ardore della sua giovinezza, imitando la “sorella maggiore” santa Veronica. In età matura la sofferenza sarà ancor più forte, tuttavia sarà ancora più grande la consapevolezza della pregevole opera d’intercessione e di riparazione. Per questo l’adesione al disegno divino, che la chiamava a partecipare con il dolore fisico alla Croce di Cristo che ha fatto della sofferenza un atto sublime di amore e di restaurazione, divenne totale.
Per questo motivo, il suo esempio di espiazione e di donazione rimane come modello per noi Clarisse cappuccine di oggi, che guardiamo a lei come Maestra di vita semplice e unificata dall’amore nel servizio di Dio e della Chiesa. •

Suor Maria Francesca naque a Belforte all’Isauro, nell’entroterra pesarese, il 23 aprile l887 dalla famiglia Ticchi, secondogenita di sette figli; venne battezzata il giorno seguente con il nome di Clemente, Adele e Cesira. Cresciuta in una famiglia modesta, ma stimata dai concittadini per i suoi costumi cristiani e civili, fu educata in ambiente profondamente religioso. Infatti, furono i genitori a far conoscere a Clementina (vezzeggiativo con cui era comunemente chiamata) il Monastero delle Clarisse cappuccine di Mercatello durante le numerose visite che facevano per portare beneficenza alle suore e chiedere l’aiuto di Dio.
Di questa sorella si è aperta l’inchiesta diocesana nell’estate del 1996, che si è conclusa l’8 dicembre 2000. La Congregazione delle Cause dei Santi, con Decreto del 15 marzo 2002, ne ha riconosciuto le virtù eroiche, confermate dal Santo Padre il 23 novembre 2020 dichiarandone la Venerabilità.
Il nome di Maria, in onore della Madre di Dio, veniva dato a tutte le suore prima del nome con cui venivano comunemente chiamate.
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