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Alla ricerca del senso del presente

Alla ricerca del senso del presente
La pandemia ha stravolto le nostre “normalità”; da dove ripartire? Da dove ricominciare? Tra paure e voglia di rinascita, guardare al presente con speranza.
di Silvia Tordini

Il Covid 19 ha di certo fatto irruzione con una certa prepotenza nella vita di tutti e non si può negare che ci troviamo di fronte a un evento straordinario, dalle conseguenze e implicazioni imprevedibili.
I mesi di totale chiusura hanno lasciato un segno, più o meno profondo, nelle persone, nei luoghi e persino nell’ambiente naturale; ma è difficile raccontare e generalizzare un’esperienza che in realtà appare diversa per ognuno di noi, che si presenta dai colori molto sfumati.
Non tutti infatti hanno rischiato la propria vita negli ospedali, guardando a distanza la sofferenza degli altri attraverso la tv; non tutti hanno vissuto un periodo di isolamento, continuando a fare il proprio lavoro, e non tutti hanno dovuto modificare la propria quotidianità già solitaria.
Qualcuno ha sicuramente perso delle opportunità importanti, mentre ad altri sono state offerte.


Programmi saltati, da rimandare e riorganizzare in data da destinarsi, attività sospese o terminate, scoperta del web e dei social, in un aumento della povertà e precarietà per chi già precario era; c’è stato poi chi ha riscoperto il piacere della cucina, della lettura, del giardinaggio o dello stare in famiglia, quando altrove la forzata convivenza ha purtroppo favorito paura e violenza.
E dopo il tempo dell’emergenza, è arrivato quello della graduale riapertura della porta di casa: nuove regole, abitudini da cambiare, rivedere e assumere come ‘normali’.
È stato anche un periodo intenso, in cui molti hanno fatto, detto, scritto, condiviso, riflessioni considerevoli sul senso della vita, dei rapporti umani, e di tanto altro; riflessioni che da più parti hanno portato ad affermare che saremmo usciti cambiati e migliori da questa esperienza. Lo abbiamo sperato e ancora forse lo speriamo.
Il sospetto, però, è che l’uomo sembra fare sempre un certo percorso: nella difficoltà guarda alla vita con occhi di maggior gratitudine e rispetto, uno sguardo che tende a cambiare e fissarsi altrove, invece, quando i giorni si fanno più favorevoli e prosperi.
Sta succedendo questo anche a tutte le nostre belle riflessioni?
Dopo le prime emozioni per un ritorno alla normalità, la ripresa seppur parziale di una vecchia o nuova routine ha fatto forse dimenticare quelle intuizioni?
Al di là della realtà particolare che ci è toccata di vivere, ci è stato indubbiamente imposto un tempo completamente inaspettato, in grado – nel bene o nel male – di suscitare stupore, contraddizioni, rivelazioni; un tempo che ha rappresentato per ognuno l’importante occasione di poter guardare le cose da un punto di vista insolito, di dedicarsi a ciò che attenzione non aveva ma la meritava, di non dare più per scontato quello che pensavamo immutabile.
È pur vero che ogni buona occasione, per essere colta, è necessario leggerla e percepirla come tale. Potremmo allora imparare a tenere gli occhi belli aperti, per cogliere intorno a noi le occasioni di bene e di crescita che la vita ci offre continuamente e misteriosamente; imparare quella sapienza umana e cristiana di saper intuire in tutte le vicende, anche gioiose, grandi insegnamenti, magari senza dover aspettare accadimenti tragici. Non permettiamo quindi a ciò che è successo di passare senza piantare un seme duraturo, non lasciamo che una buona idea passi senza avere un seguito, che una buona pratica iniziata finisca senza perseverarvi, che un bel proposito si spenga al primo cambiare del vento, vanificando i giorni e il sacrificio di molti.
Sembra quasi inevitabile per l’uomo dimenticare, insieme al dolore, le verità che spesso quel dolore porta eccezionalmente con sé, ma vogliamo invece confidare – specie questa volta – che qualcosa sedimenti e germogli quando meno ce lo aspettiamo.

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